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“Il campanellino d’argento”

16,00

di Maria Lai e Gioia Marchegiani

“Credo che non avrei iniziato nessuno di questi lavori, se lì non avessi trovato almeno un sasso”; queste sono le parole di Guido Guidi nel suo “La figura dell’orante”, a proposito di alcuni progetti iniziati negli anni ’80. Ed è dalla roccia che anche in questo capolavoro commovente di Maria Lai e Giorgia Marchegiani si parte per descrive una terra, quella sarda, a forma di piede: la montagna, con i suoi dirupi, grotte, asprezze, pericoli, così come la dolce bellezza delle sue piante e dei suoi animali, è stata un punto di riferimento insostituibile per l’arte di Maria Lai, qui scrittrice e non artista visiva. Così come il filo, metafora di relazioni e connessioni, di responsabilità e di leggerezza, di tradizioni e di utopie, che attraversa visivamente anche questo libro. Lai riscrive una leggenda della tradizione sarda, cambiandole il finale, offrendo al lettore un altro orizzonte, di speranza e di meraviglia. Giorgia Marchegiani compie un lavoro di una bellezza senza eguali: il suo inchiostro nero restituisce l’idea del rituale collettivo, del ripetersi senza tempo della vita, così come della singolarità del giovane protagonista, la cui esistenza è scandita dal tempo interno delle sue ansie e felicità. Un tempo molto particolare, che è anche quello del disegno. I suoi vuoti e pieni compositivi, così come il visibile e l’invisibile, danno un ritmo alla narrazione: un racconto quello di Lai, anche metafora dell’arte, incentrato sull’invisibile come guida, motore, causa delle nostre azioni. Con la stessa sensibilità, Marchegiani non illustra il momento saliente dell’entrata dentro la grotta, ma lascia il pastorello all’ingresso, permettendoci di continuare ad immaginare ciò che il ragazzo ha trovato al suo interno. Così Marchegiani ci restituisce la libertà di cui il pastorello va in cerca per tutta la vita, coinvolgendo il lettore nella storia attivamente, lasciando spazio per la sua visione individuale, per la sua interpretazione di un luogo archetipico, tanto antico quanto magico come la grotta. “E tanto suona che alla fine in lui nasce la musica”.

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